Stranizza d’amuri a Veronetta -festa del buon vicinato ’12

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Partendo dal gioco di costruire un libro, abbiamo organizzato una lettura. Domenica 30 settembre 2012 nel sito monumentale di Porta Vescovo, in occasione dell’annuale festa del Buon Vicinato, si è tenuta una lettura pubblica sulla stranizza d’amuri. Per raccontare il quartiere di Veronetta in occasione della sua festa, abbiamo seguito il filo conduttore del legame amoroso tra generi, etnie, classi, cittadinanze e luoghi diversi.
Hanno letto:
Susanna Bissoli (Caterina sulla soglia, Terre di Mezzo, 2009; Le parole che cambiano tutto, Terre di Mezzo, 2011)
Francesca Scotti (Qualcosa di simile, peQuod, 2011)
Davide Musso ( Vita di traverso, Gaffi, 2007)
Marina Sorina (Voglio un marito italiano, Il Punto D’incontro, 2006)
Claudia Maschio (A due passi dalla morte del sole, Quiedit, 2012)
Guerguana Radeva (Amalgrab ovvero lo specchio delle brame, Mangrovie edizioni,2009)
Viorel Boldis ( Il fazzoletto bianco, Topipittori, Milano 201)
Marco Aurelio Moro
e altri. Hanno prestato la loro voce: Antonella Sartori e Margherita Mulas.
Scelte a cura di Marina Sorina, Livia Alga, Loris Righetto.

Amarsi a Veronetta

30/09/12, L’Arena

Stranizza d’amuri sotto le stelle, verbale della terza riunione

Tenuta il 05/06/12, sul terrazzo di casa Sòrina, a Verona, Via Scrimiari 3, ore 21:45 circa. Hanno partecipato: Vesna A., Alessia Celeghìn, Silvia Colli, Badiabo Grace, Tommaso Gragnato, Daniele Francaviglia, Vittoria e Stefano, Max Maestrello, Marco Aurelio Moro, Loris Righetto, Marina Sòrina, Idriss Amid, Ivan Tra, Leda Ventoruzzo, Carmelo Vetrano.Si è parlato di: costruire un libro; radionica; terremoti, catastrofi radioattive, cartelle cliniche, Spoon River, Decamerone & altre cornici narrative; lo scoppio del tetrapak come segnale d’amore; i generi lesbo-zombie e ‘slash’; sentimenti trans-gender di un pesce per una felina; stranizza d’amuri secondo Franco Battiato, stranizza d’amuri secondo noi e lo straniamento secondo Viktor Šklovskij. Infine Badiabo Grace dà pratica dimostrazione del funzionamento della radionica.

I lavori per fare un libro dal titolo ‘stranizza d’amuri’ si aprono al lume di candela su una terrazza nascosta fra tetti, altane, comignoli, campanili e canarini del quartiere di Veronetta. Tutti si congratulano con la padrona di casa, Marina S., per la bellezza del posto.

Oltre a leggere e commentare i racconti, Loris R. propone per la serata una discussione su come procedere. Secondo lui per orchestrare tante voci diverse serve un’idea, un luogo, un evento che colleghi tutto, e fa l’esempio dell’Antologia di Spoon River, dove si suppone che ogni poesia sia un epitaffio su una lapide di un cimitero, e del Decameron, dove si suppone che dieci giovani si ritirino in campagna per sfuggire alla peste e ciascuno, a turno, racconti una storia. Chiede ai presenti di pensare a una possibile cornice.

Intanto che la gente pensa, Ivan T. è invitato a parlare di radionica. Loris R. precisa che Ivan T. è uno scienziato, dottorando presso il laboratorio di fisica dell’università di Verona, e durante una conversazione ‘diversamente sobria’ gli ha accennato a una pseudo-scienza, la radionica, che spiegherebbe l’amore con una teoria interessante.

Ivan T. riassume i concetti principali della radionica. Non è una cosa mistica, da prendere con la fede perché abbia effetto, dice Ivan T., Si basa sull’emissione di energia irradiata dal corpo, che può essere liberata e trasmessa e ha radici in comune con shiatsu, reiki e altre discipline orientali. Ci sono numerosissime manifestazioni pratiche; ovviamente la scienza non può accettarle perché le prove sperimentali sono difficilmente ripetibili. Si pensi ad Antoine Mesmer con la sua teoria dei fluidi elettromagnetici e Luigi Galvani con gli esperimenti sul magnetismo animale. Per di più, poi, c’è un problema di ciarlataneria, quando si parla di anima: ognuno s’allarga e ci tira dentro quello che gli pare, se poi si è nel mezzo di una conversazione ‘diversamente sobria’…

Ma, – dice Loris, – mi parlavi dell’aspetto umano.

Ci arrivo ci arrivo, – dice Ivan T. Ogni corpo è caratterizzato da una frequenza di oscillazione specifica, ognuno di noi emette radiazioni e l’insieme di frequenze individuali si chiama “spettro” e ogni spettro caratterizza in modo unico la persona che lo emette e attraverso di esso può essere identificata. Questo moto oscillatorio tende ad accoppiarsi sempre in modi diversi con altre frequenze e se due onde si incontrano nello stesso spazio interagiscono in vari modi. Ce ne accorgiamo quando, bussando col pugno su muri diversi, otteniamo rumori diversi o quando una cantante d’opera – segue imitazione – spacca il bicchiere di cristallo con la voce. In un certo momento si può trovare una persona che accoppia le proprie frequenze in modo perfetto a quelle di un’altra persona e allora nasce l’amore.

Marina S. dice, – Allora perché passa?

Ivan T., – Scusa, passa cosa?

Marina S. dice, – L’amore. Perché passa?

Perché, – spiega Ivan T., – Lo spettro è casuale, può modificarsi. Queste frequenze non sono come il DNA, che non cambia mai, seguono l’umore e non solo: quello che pensi, quello che mangi. E chi ha l’affinità radionica, può anche perderla.

Tommaso G. dice, – Sarebbe una figata poter dire: “Guarda, è stata solo affinità radionica…”.

Per un po’ si cerca di capire meglio questa teoria. Per esempio, Marco Aurelio M. chiede se sia una cosa assimilabile alla musica e Ivan T. risponde che la musica si tratta di onde meccaniche mentre lo spettro di cui parla la radionica si tratta di onde elettromagnetiche, radiazioni, come la luce. Loris R. chiede se il problema di chi ha molta difficoltà a trovare un partner possa essere uno spettro molto particolare, che fatica a combinarsi ad altre frequenze. Marina S. non pare convinta da questa teoria e ragguaglia gli astanti sulla esistenza di socionica, una dottrina psicologica lituana che analizza i caratteri e le combinazioni fra le persone, affine all’astrologia per contenuti e alla radionica per il rigore scientifico. Il più favorevolmente colpito sembra Grace B., ringrazia Ivan T. perché, dice, non conosceva questa teoria, vorrebbe saperne di più, ed è d’accordo che ‘questo fenomeno esiste già nel mondo animale e che è più animale che umano’.

Si immagina la figura di un esperto di radionica, a metà tra il medico e lo scienziato, da cui la gente va per farsi analizzare lo spettro radio-magnetico in relazione ai problemi affettivi. Secondo Ivan T. si potrebbe fingere che nell’anticamera dello studio dell’esperto delle persone si raccontano le loro esperienze. Max M. suggerisce che il libro potrebbe essere organizzato proprio come una raccolta di cartelle cliniche.

Uno, – dice Max M., – Scrive la sua storia e in cima e in fondo si mettono le analisi di questo dottore.

Bella questa cosa della radio, – dice Leda V., storcendo il naso, – Ma non vedo come c’entra con la stranizza d’amuri. Voglio dire, se mi si propone una cosa sulla passione e poi mi trovo di fronte alle cartelline del medico, io, mi cade…

La discussione si infittisce e si frammenta, i partecipanti si parlano addosso avversando o avallando l’ipotesi dello scienziato. Quando infine si ristabilisce l’ordine, Marina S. è invitata a illustrare la sua idea per una cornice.

Secondo Marina S. una buona idea potrebbe essere un terremoto. L’idea le è venuta ripensando a quello verificatosi a gennaio del 2012, con epicentro in Valpolicella, che qui a Verona è stato avvertito distintamente. La paura del terremoto ha spinto le persone a uscire di casa e radunarsi in luoghi pubblici. È stata l’occasione per un gruppo di vicini di casa, tra cui anche Loris R. e Vesna A., di incontrarsi nel parchetto della ex-caserma Santa Marta e passare un pomeriggio a parlare. Nell’incertezza del momento, dice Marina S., sono uscite alcune storie. È come se grazie al terremoto si fossero aperte le persone.

Secondo Marina S., i punti a favore della cornice narrativa ‘terremoto’ sono molti, tra cui: l’attesa crea lo spazio per raccontare storie; possono essere rappresentati vari strati sociali, età e generi di narrazione; in più è localizzato nel quartiere di Veronetta, in cui abitano da alcuni partecipanti.

Carmelo V. cita Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan; i personaggi di quel romanzo si incrociano tutti prima o poi, negli anni e in luoghi diversi, in modo apparentemente casuale. Potremmo inventare dei personaggi in comune, – dice Carmelo, – Che si incontrano in modo casuale, ad esempio, su un autobus.

Il peso della conversazione sembra spostarsi da quale cornice a come collaborare: come lavorare assieme?

Marco Aurelio M. dice che ciascuno di noi potrebbe prendere dal racconto di un altro un personaggio, magari di secondo piano, e svilupparlo autonomamente. Marco Aurelio M. propone di formare dei gruppi per scrivere in coppia e cita l’esempio di un esercizio fatto durante il laboratorio di scrittura tenutosi al bar/associazione culturale Malacarne di via San Vitale, la primavera scorsa: in un racconto di Carmelo V. che si intitola ‘Lavoro estivo’ il personaggio principale ha una sorella, che riappare leggermente modificata in un racconto di Marco Aurelio M.

Ci vuole un filo conduttore tra i racconti, – dice Leda V., – Magari una canzone, un oggetto o una serie di oggetti da cui scegliere. Qualcosa che ritorni, una sorta di leitmotiv, di modo che si capisca che in storie e ambienti diversi c’è un filo comune.

Secondo Max M. è forzato costringere dentro elementi comuni. Se in quindici racconti compare la stessa canzone, a lui sembra troppo artificioso. Inoltre secondo lui non si capisce più bene qual è il tema. Ci sarebbe confusione tra tema e cornice. Stranizza d’amuri è figo, – dice Max, – Perché se io lo vedessi scritto non so bene cos’è e mi viene voglia di scoprirlo. Se uno mi dice ‘decliniamolo in varie maniere’, va bene… Ma gli diamo anche una cornice fortissima? Un luogo, un evento o tutto quanto, tiri via un bel po’ di forza alla cosa. Poi, metti caso, decidiamo per il terremoto, tu hai già in mente come inserire la tua storia, e io no, dovrei cercare di forzare la mia nel tuo contesto, dentro il quale io non la immagino. Quindi tu mi costringi…

Tommaso G. dice, – Non è male come sforzo.

Vesna A., – Fa parte delle relazioni.

Marina S. dice, – In questo caso qualunque cornice sarebbe ristrettiva.

Secondo Max M., si dovrebbe stabilire cosa è più importante: costruire una cornice prima o al contrario arrivare ciascuno con il proprio racconto e trovare dopo un modo per legarli? Dice Max, – Io quasi quasi preferirei che ognuno viene qua e il collegamento lo troviamo dopo.

Secondo Leda V., invece, partire ciascuno col proprio racconto la preoccupa: se si vuole scrivere un libro che abbia un senso complessivo, ad esempio la stranizza d’amuri, deve esserci qualcosa in comune, un accordo preliminare.

Tommaso G. propone di ispirarci a Se una notte d’inverno un viaggiatore, creare cioè dei racconti di lunghezza simile, con incipit simili e variazioni personali nello sviluppo di una storia comune.

Siccome non si riesce a trovare un accordo e la conversazione si frammenta, si decide di leggere un testo per staccare dal ragionamento complicato.

Si comincia con un racconto di Marina S., ancora da titolare, in cui un pesce rosso in un aquario si innamora di una gatta che vive nella stessa casa. Il testo viene discusso e lodato. A Loris R. piace lo straniamento messo in opera dal testo, la storia è guardata da un punto di vista insolito, quello di un pesce, dice poi che è nello spirito di stranizza d’amuri descrivere un tentativo di relazione tra specie animali diverse. Leda V. precisa che le è piaciuto il gioco di parole con “non sapere che pesce pigliare”. Vesna A. trova analogie con una canzone di Juliette Greco dedicata a un pesce e un uccellino, legati dal vincolo d’amore eterno ma separati dall’acqua.

Loris R. legge dieci riassunti minimi di romanzi di genere lesbo-zombie trovati su Amazon.com. Secondo Loris R. nelle storie lesbo-zombie c’è la possibilità di usare il virus come metafora di qualcos’altro, per esempio l’identità sessuale: dai riassunti minimi, per esempio, si evince che spesso gli zombie che minacciano le ragazze lesbiche sono eterosessuali.

Leda V. racconta un episodio della serie televisiva Taboo, che si concentra sull’esplorazione dei rituali praticati in alcune società e illegali in altre, tra cui vi è spesso l’amore; una volta, per esempio, presentavano nello stile scientifico di Piero Angela la storia di uno che si era innamorato di un muro.

Marina racconta di un genere di fan-fiction diffuso in Russia, lo ‘slash’, di solito scritto da donne, in cui opere famose vengono parodiate in chiave omoerotica maschile e fornite all’inizio di un riassunto codificato che anticipa i contenuti, avvertendo il lettore sul grado di perversione che lo aspetta.

La storia letta da Marco Aurelio M. racconta l’amore di un bambino per il compagno di classe che gli ha insegnato a scoppiare meglio i tetrapak dei succhi di frutta; anni più tardi i due s’incontrano in un luogo malfamato – un privé o una casa d’appuntamenti – e il bambino divenuto adulto scoppia un tetrapak per richiamare l’attenzione e la memoria del vecchio compagno di classe.

La discussione si avvita sulla domanda: si tratta di stranizza d’amuri o no? Secondo Leda V. è un racconto bellissimo ma non ha niente di strano, è anzi piuttosto normale incontrare l’amore dell’infanzia e il racconto stesso non cambierebbe se i personaggi fossero un maschio e una femmina. Anche Marina S. è d’accordo. Marco Aurelio M. dice che rileggendolo ha capito che il vero innamoramento del suo personaggio è per la maestra.

Ivan T. dice che forse noi si sta interpretando male il testo della canzone di Battiato. Il termine ‘stranizza’ non vuole dire ‘stranezza’, vuole dire ‘stranito’, nel senso di disorientato, il disorientamento dell’amore, – dice Ivan T., – Non stranezza in quanto anormale o atipico. Bisogna sentire il testo della canzone e capire cosa vuol dire, se si vuole fare un’opera coesa.

Leda V. si scusa, deve andare via. Anche Grace B. vuole andare, deve prendere l’ultima coincidenza per Borgo Roma, ma Loris R. lo convince a rimanere offrendo, in caso di ritardo, il proprio divano.

Grace B. prende un foglio di carta scritto a mano, premette che lui tende a informare molto nel testo, poi legge la sua storia che è, sostanzialmente, un riassunto informativo di dieci righe sulle lingue parlate in una certa regione nel sud del Congo francese, dove Grace B. è nato.

Una volta letto, Grace si scusa per l’incompletezza e racconta a voce il resto della storia che non ha avuto tempo di scrivere: quella di un bambino in un villaggio africano, che sbeffeggia un vecchio, povero cieco e scopre, dietro suggerimento di sua zia, che quegli è, per una epopea di incidenti molto complicati, suo padre.

Questa storia, tuttavia, non sarebbe che l’antefatto di un’altra storia, altrettanto complicata, di due fratelli all’oscuro delle relative esistenze, uno dei quali ha in dono un senso della vista speciale, e che, percorrendo strade diverse, arriveranno a fronteggiarsi in una sorta di metafora della lotta tra la parte buona e quella cattiva dell’anima.

A proposito dell’anima, Grace B. ripete che gli è molto interessata la storia della radionica di Ivan T., conosceva i chackra tramite il fumetto giapponese Naruto, ma quella delle radiazioni gli sembra una storia altrettanto interessante.

Infine, dopo aver guardato l’orologio, Grace B. dice di voler provare a prendere l’ultimo autobus e darà notizie di sé in caso l’autobus sia passato. Quindi saluta tutti e se ne va.

La discussione riprende, si fissa sulla valutazione del racconto di Marco Aurelio M.: è o non è stranizza d’amuri?

Per Marina S. è stranizza: il nome della località in cui la storia è ambientata, Guado di Piave, l’oggetto ‘tetrapak’, lo scoppio di questo come segnale d’amore, mentre la storia in sé è universale. Dice Marina che è una storia così universale che potrebbe leggerla anche un bambino di dodici anni e che nella storia non cambierebbe molto se i protagonisti anziché due giovani uomini fossero un maschio e una femmina.

Tommaso G., Max M., Vesna A. e altri tendono a non essere d’accordo.

Loris R. propone di discutere ancora che cosa si intende per stranizza, anche alla luce dell’interpretazione che ne ha dato Ivan T., il disorientamento d’amore. Carmelo V. riassume la canzone di Battiato: parla di un ragazzo che durante la guerra, nonostante la guerra, s’innamora.

Vesna A. e Loris R. cercano di ricostruire i passaggi che li hanno portati a interpretare stranizza d’amuri come stranezza: la riflessione è partita dai termini gender e queer, quest’ultimo è un termine che vuol raccogliere dentro di sé le ingiurie che discriminano l’orientamento sessuale e riappropriarsene in maniera positiva. Grosso modo vuol dire ‘strano’, emotivamente, affettivamente, sessualmente strano. Si era giunti a dire che qualsiasi comportamento amoroso, se osservato con attenzione, rivela delle stranezze, perciò la normalità non esiste. Il titolo di Battiato si offriva come un bell’equivoco. Si pensava – appunto – di partire da questo equivoco.

La cosa più interessante del racconto di Marco Aurelio M., secondo Loris R., sembra essere la ricerca dell’oggetto emotivo e sessuale, con l’ostacolo di non poterlo ottenere o di poterlo ottenere in una maniera che la società dice che non è giusto. Un ostacolo che può portare qualcuno a fare qualcosa di bizzarro, come scoppiare un tetrapak nei pressi di una dark-room in una discoteca a Guado di Piave.

Daniele F. prende parola e sostiene che la ricerca a tutti i costi dello ‘strano’, per quanto possa essere voluta, ricade sempre nello strano ‘underground’, una cosa che intimorisce a volte. Ma parliamo dello strano delle nostre madri, propone Daniele, chiediamoci cosa può risultare strano per loro? Cosa è normale per noi ma non lo è per altri? Che cosa può essere strano per un prete?

Daniele suggerisce anzi che una cornice narrativa interessante potrebbero essere proprio le confessioni ascoltate da un prete, inteso non come autorità ecclesiastica, ma come lo psicologo di una volta.

L’idea piace a molti ma Vesna A. obietta che è proprio il confessarsi a qualsiasi autorità, prete, medico o psicologo, a rendere patologici i fatti della vita di una persona. Per un po’ viene discusso il concetto di confessione; Loris R. insiste che la confessione, l’ammissione dei propri peccati vuol dire ammettere di aver sbagliato, in certi casi di essere sbagliati, mentre per molte persone l’affermazione della propria identità sessuale è una conquista faticosamente raggiunta.

Si ritorna a parlare di stranizza d’amuri in rapporto al racconto di Marco Aurelio.

Tommaso G. sostiene che a essere strano, nel racconto di Marco Aurelio, è il punto di vista insolito. Cita il termine ‘straniamento’, usato da Viktor Šklovskij per indicare il procedimento artistico di allungare la percezione della realtà. Loris R. ricorda che uno degli esempi fatti da Šklovskij sono le descrizioni della realtà burocratica e militare russa, viste con l’occhio di un contadino nelle opere di Lev Tolstoij. Si potrebbe dire, – azzarda Loris, – che anche lo sguardo di una persona gay sulla realtà è straniato rispetto allo sguardo eterosessuale, che a volte è dato per scontato. Per questo lo sguardo del personaggio di Marco Aurelio M. risulta strano e non sarebbe la stessa cosa se ad amarsi fossero un uomo e una donna.

Vesna A. nota che se sei considerato strano dalla società hai un punto di vista straniato su quel che accade nella realtà. Da questo punto di vista queer, stranizza e straniamento sono dimensioni compresenti.

Daniele F. suggerisce che dovremmo chiederci: ‘Strano rispetto a cosa?’, perché ci stiamo concentrando sul concetto occidentale della stranezza. Un progetto come stranizza d’amuri, allora, dovrebbe raccontare non solo l’amore omosessuale ma anche l’amore tra persone di religione diversa, come un cattolico e una mussulmana e parteggiare per il lato mussulmano. Dovremmo provare a guardare la nostra normalità con l’occhio di un estraneo.

Comincia a scrivere, – dice Marina S., – Hai sbagliato mestiere a fare il designer.

Giusto Daniele, – dice Loris R., – Lascia il lavoro dove fai dei soldi e vieni a farne uno dove non si guadagna.

Tutti ridono. Daniele F. insiste, poi, che uno dei possibili limiti di questo tipo di progetti è l’intimismo. Loris R. si trova d’accordo e fa l’esempio di Romeo e Giulietta; nonostante i due protagonisti esternino per scene e scene i propri sentimenti l’uno per l’altra, non è opera intimista perché si trovano a combattere un meccanismo della realtà ben riconoscibile, il Caso, che è esterno a loro e li avversa.

Anche Marina S. è d’accordo; si conviene che bisognerebbe cercare di misurare il nostro discorso intimista con leggi che governano la realtà.

Infine Vesna A. viene invitata a tirare le somme e a dare delle indicazioni per continuare il lavoro. Secondo Vesna il gruppo non è riuscito a trovare una cornice, anche se tutte le proposte erano interessanti, perché non è chiaro come si vuole che i testi stiano in relazione. Lei sarebbe dell’opinione di spostare l’attenzione dalla cornice ai contenuti e alla forma delle relazioni tra noi partecipanti, per esempio nelle forme del lavoro in coppia. Trova interessante la proposta di Leda V., di ispirarci l’uno all’altro e di condividere elementi, come possibilità di pratica, non come dovere. La cosa più importante sarebbe predisporci, renderci disponibili al dialogo, ecco allora che un’idea come quella di Carmelo – persone che non si conoscono si incontrano casualmente su un certo autobus – prenderebbe corpo pienamente.

Si resta d’accordo, perciò, che per la prossima volta si porteranno altri racconti e si continuerà a leggere e ascoltare.

Tutti si salutano e la seduta è quasi tolta, non fosse che Grace B. manda un sms a Loris R. in cui comunica di aver perso l’ultimo autobus e si raccomanda di ringraziare tanto Ivan. Mentre si guardava attorno alla fermata, infatti, ha conosciuto una ragazza e forse le vibrazioni sono positive. Dice Grace di non preoccuparci per lui, che se dovesse mollarlo lì da solo, ci farà sapere.

[verbale a cura di Marina Sòrina-Loris Righetto]

Stranizza d’amuri, verbale della seconda riunione

Tenuta il 06.06.12, in casa Righetto-Ferrazzano, a Verona via XX Settembre 116, ore 21 circa. Hanno partecipato: Vesna A., Miriam Ferrazzano, Tommaso Gragnato, Marco Aurelio Moro, Loris Righetto, Alessio Sartore, Marina Sorina, Leda Ventoruzzo. Si parla di:  come si fa una rivista, contenitori maliziosi per riviste, riviste stampate su mutande da portare alla biblioteca di Firenze, implicazioni politiche dell’aggettivo ‘malizioso’, giochi sui significati delle fessure, nonne e femminismo, circolazione dei testi, conclusioni.

Si aprono i lavori per discutere la realizzazione del numero di novembre per la rivista Uncò Mag, della giovanissima casa editrice digitale Uncò Libri, di Alessio S. Il numero di novembre che si vuole fare, si chiama ‘Stranizza d’amuri’, come la canzone di Franco Battiato. Tommaso G. propone di tenere la riunione del gruppo non nello studio di casa Righetto ma in cucina, in modo che chi desideri fumare può approfittare del balcone con vista su orticello. Loris R. propone il seguente ordine dei lavori: 1) lettura del verbale precedente, in cui si spiega come sia nata l’idea; 2) illustrazione del formato della rivista a cura di Alessio S.; 3) lettura di racconti che c’entrano col tema “Stranizza d’amuri” e di altri che non c’entrano, tra cui vengono proposti: “22 cose da fare a Xarkiv” di Marina Sorina; una pagina inedita di Erri De Luca fortunosamente in nostro possesso; un inedito di Marco Aurelio M., che lui non é sicuro essere in tema con ‘Stranizza d’amuri’; “Gli occhi di tutti” di Massimo M.; un inedito di Vesna A.; Deodorante tratto da Sinapsi-opere postume di un autore ancora in vita di Matteo Galiazzo, proposto da Loris R. L’ordine dei lavoro viene approvato e si incomincia con la lettura del verbale della volta precedente.

Comincia a parlare Alessio S. Si tratta di scrivere materiale per il numero di una rivista le cui pagine sono un 22 x 22 cm e il cui numero, per questioni di stampa, può variare da sedici a trentadue. La rivista sarà dotata di un codice ISNN, grazie al quale sarà riconoscibile su Anobii.com e su Goodreads.com, tuttavia non ci sarà distribuzione nelle librerie. La distribuzione nazionale, spiega Alessio S., Ha ormai costi proibitivi per una piccolissima casa editrice e poi una rivista come la nostra in una libreria normale, già poco incline a ordinare riviste, sarebbe sommersa da pubblicazioni più importanti. Per questo e anche per cercare di incontrare persone diverse, Uncò Libri si propone di distribuire le sue produzioni in luoghi dove non ti aspetteresti di trovare dei libri, come negozi di design, di abbigliamento, salumerie. È un esperimento, dice Alessio S., E la cosa importante è costruire un oggetto, un dispositivo, che esplichi il contenuto della rivista in una forma visibile, tattile e sensoriale… per esempio, se il soggetto è ‘Stranizza d’amuri’, si potrebbe pensare a un foglio che in qualche modo viene penetrato da un oggetto oblungo, o qualcosa del genere.

Mi sembra un po’ maschilista, dice Vesna A.

Potrebbe essere, dice Alessio S., Mi serviva un esempio. Allora porta come altro esempio il numero della rivista cui sta lavorando attualmente: un formato con 16 pagine, parla di letteratura americana e la rivista sarà contenuta dentro lattine, bottiglie di Coca Cola o avvolta in pezzi di bandiera statunitense.

Quindi, continua Loris, si tratta di scrivere un testo e costruire un oggetto per contenerlo.

Qualcosa di replicabile in maniera semplice, dice Alessio S., Qualcosa tipo, che ne so?, un vibratore. Un vibratore, opportunamente smontato, potrebbe contenere un plico di pagine scritte e, per di più, nell’aprirlo si dovrebbe compiere un gesto che ricorda la masturbazione.

Già più interessante, dice Vesna A.

Conterrà soltanto racconti?, chiede Tommaso G.

Anche illustrazioni, dice Alessio S., Non immaginavo una pagina fitta fitta, caso mai una impaginazione di largo respiro.

Chi farà le illustrazioni, chiede Marco Aurelio M.

Io e Leda V. illustriamo, risponde Alessio S., E conosciamo anche altra gente che…

Dice Leda V., Occorre raccogliere un po’ di lavori tra quelli che sono interessati a partecipare e vedere se si trova qualcosa di buono.

Non è necessario che siano proprio disegni, dice Alessio S., Sarebbe sufficiente, visto il tema del numero, qualche goccia qua e là sulla pagina, che ricordi macchie di sperma.

Qualche goccia?, dice Marina S., Almeno una fontana.

Dice Alessio S., L’oggetto finale dovrebbe suggerire il tema della rivista, essere malizioso ma non troppo evidente o volgare.

Non so, risponde Vesna A., ‘Malizioso’ è un aggettivo che non mi piace.

Alessio S. si agita sulla sedia e cerca di farsi capire meglio. Dice che intendeva malizioso come nel senso di una scatola con un foro, per esempio, da cui estrarre i fogli dei racconti come dei fazzoletti.

Dice Marco Aurelio M., Il tema è così astratto che sarà difficile trovare un oggetto appropriato.

Nel caso della scatola però, dice Loris R., L’oggetto perderebbe qualsiasi connotazione maschilista.

Se è il maschilismo che vogliamo travalicare, dice Alessio S., Non resta che andare verso il simbolo dell’ermafrodita.

È restrittivo concentrarsi sull’aspetto sessuale, dice Marina S.

Loris R. dice che il titolo “Stranizza d’amuri” esclude le normalità: maschio-femmina, sposati e felici, american dream.

Marina S. propone di prendere un paio di mutande da mettere alla rivista. Bisogna sfilarle per leggere, dice, E potrebbero essere mutande da bambini, con disegni sciocchi.

Leda dice, Non è molto sensuale.

Una volta ho comprato un paio di mutande con una bocca ricamata da cui esce una lingua di pizzo, dice Marina S., Ed erano sensuali e anche un bel po’ perverse ma, aldilà del pizzo, dice, Mi piace l’idea della fessura. Si potrebbe cercare di recuperarla anche noi per la nostra rivista.

Alessio S. propone di far cucire mutande molto grandi dentro cui stampare i racconti e Marina S. obietta che è un supporto troppo deperibile, difficile da portare alla biblioteca di Firenze.

Loris R. chiede, Perché proprio la biblioteca di Firenze?

Marina S. risponde che nella biblioteca centrale nazionale di Firenze, in teoria, si raccolgono tutte le pubblicazioni ufficiali.

Ma figuriamoci, dice Alessio S., Già il bibliotecario sarà annoiato per il lavoro che fa. Cosa dovrebbe dire quando si vede arrivare le nostre mutande sporche? Varda che bele, e se le mette.

Loris R. fa l’esempio del numero uno di Granta, versione italiana, dedicato al sesso, sulla cui copertina appare un borsellino rosa, aperto. Dice, Non mi è piaciuta particolarmente come idea, magari è un punto di partenza su cosa non fare.

Deve per forza essere così esplicito il tema del sesso?, dice Tommaso G.

Alla luce di questa obiezione Marina S. spiega che Vesna A. ha portato dei testi particolari: uno parla dell’amore tra due sante, deve ancora essere scritto, lo vorrebbero scrivere a due mani lei e Vesna A.; un secondo, già scritto questo, ha apparentemente a che fare con la devozione per una santa ma, in realtà, è un poemetto in prosa sulle mestruazioni. Nell’indecisione sulla precedenza da accordare a quale testo, viene chiesto anche a Marco Aurelio M. di cosa parla il suo racconto e questi risponde, L’amore dal punto di vista di una disabile.

Dice Marina S. che è la moda del momento parlare del sesso dei disabili.

Nel mio racconto non si parla di sesso, dice Marco Aurelio M., Si racconta il punto di vista di un figlio convinto che l’assistente con cui la madre disabile è scappata di casa sia un truffatore e alla fine scopre che non è così.

Questo è proprio il tipo di taglio che mi aspetterei da una cosa che si chiama ‘Stranizza d’amuri’, dice Livia A e Marco Aurelio M., Così l’ho intesa io: una specie di domanda sulle varie sfaccettature non comuni dell’amore.

Vesna A. riprende a contestare l’aggettivo “malizioso” usato in precedenza. Non so come spiegarlo, dice, Ma secondo me ‘stranizza d’amuri’ è un tema politico.

Marina dice che “politico” va inteso come un modo per forzare il lettore, tramite l’arte, ad approfondire la sua visione del mondo e riscrivere le frontiere accettato/non accettato e giusto/sbagliato. La spiegazione trova d’accordo Vesna A. Dice che il racconto di Marco Aurelio M. fa proprio questo.

Però io non sono d’accordo, dice Leda, Prefiggersi un fine politico come obiettivo, non rischia di snaturare un racconto? Una storia dovrebbe portare un lettore a delle conclusioni personali e non politiche, giusto?

Dice Marina S. che l’aspetto “politico” è implicito nel raccontare realtà come queste.

Leda V. nega e porta l’esempio di Brotherhood di Nicolo Donato, un film sull’amore omosessuale tra due neonazisti danesi. Il film non ha intenti politici, dice Leda, Nessuna apologia del nazismo è intesa. L’occhio del regista si concentra sul privato di due amanti.

Precisa Marina S. che lei non parlava di qualcosa di privato all’interno di un ambiente dichiaratamente politico, come è il film citato da Leda, ma di qualcosa che, essendo privato, ha per forza risvolti politici, sociali.

O sociologici, Butta lì Alessio S.

Comunque non inerente la politica destra/sinistra, ma un cambiamento della visione del mondo, conclude Marina. Loris R. dice, Tutto ciò che riguarda la sessualità e il corpo è anche politico. Basta guardare quanto è stata centrale nella vita politica italiana degli ultimi anni il commercio sessuale. E questo, dice Loris, a vederla nella maniera più banale possibile.

Ma secondo me, dice Leda V., Non serve a niente definire l’amore come una cosa politica. Se si vuole raccontare una ‘Stranizza d’amuri’, si vuole raccontare qualcosa che esce dall’ordinario, punto. Ogni storia esce un po’ dall’ordinario. Anche le situazioni definite prima da Loris R. come esempio di ordinarietà, matrimonio felice, uomo e donna ect, sono tutto l’opposto dell’ordinarietà. Bisogna raccontare un amore travalicante i limiti della normalità ma senza altri fini. Sarà il lettore a trarre le sue conclusioni.

Marina S. porta allora come esempio di racconto politico un suo scritto [che parla di un processo svoltosi a tutela di una bambina russa nei confronti della quale il padre adottivo italiano era stato accusato di molestie n.d.r.], che invece secondo Leda V. non è un racconto politico.

Vesna A. viene invitata a spiegare meglio cosa intende per ‘politico’. Dice Vesna A. che lei non sa come spiegarlo esattamente, non intende il termine ‘politico’ come legato agli schieramenti di destra/sinistra, ai partiti o alle istituzioni, ma come termine sta dappertutto, che lei vive ogni giorno, proprio come la sessualità. Forse il termine è perfino fuorviante; a lei interessa, piuttosto, capire quale taglio si vuole dare alla rivista per sapere se e in che senso può partecipare: la creazione di qualcosa di ‘malizioso’ non la stimola, ma forse non ha capito bene cosa intenda Alessio S. con tale aggettivo: se volesse significare qualcosa di eccitante, qualcosa che disorienti il lettore facendogli vedere un aspetto su cui lui aveva dei preconcetti, ma da un punto di vista diverso, lei sarebbe d’accordo.

Ogni scritto di una certa serietà dovrebbe fare questo, dice Loris R.

Non è facile su tematiche del genere, dice Vesna A.

Tommaso G. e Marco Aurelio M. ipotizzano che forse Alessio S. con “malizioso” si riferisse alla confezione.

Vesna A. riprende l’idea della fessura. Le piace perché richiama le fessure del corpo: un gioco sui significati delle fessure le piacerebbe molto. Dice Vesna A., Il gesto di estrarre un racconto potrebbe assomigliare a mettere le dita in un pertugio umano, non per forza femminile, Potresti trovarti a pensare, Ma cosa sto facendo?

Alessio propone che i racconti potrebbe uscire da una scatola come una salviettina umida. Per Vesna A. anche questo è spiazzante, ed è questo che lei intende come “politico”. Qualcosa che costringe a riflettere sulla propria visione del mondo, dice Marina S.

Stiamo pensando in modo un po’ troppo intellettuale, dice Leda V., Quando io scrivo di amore mi limito a offrire una storia, senza pensare a termini politici, maliziosi o altro, e sono sicura che il senso ultimo di quello che voglio trasmettere, verrà da sé.

Dice Loris R. che l’idea della fessura mette l’accento su una cosa che non è neccessariamente quello che è comunemente accettato come ‘malizia’: la fessura è interessante proprio perché si può intendere in molti modi; più le chiavi di lettura sono sfasate rispetto a quello che viene normalmente proposto come normalità, più ci si avvicina alla ‘Stranizza d’amuri’.

Leda scuote la testa e insiste, Io credo che dovremmo proprio staccarci dall’idea “intellettualeoide” che tutto quello che facciamo abbia o debba avere un senso; non è consigliabile stabilire in partenza un significato di arrivo.

Loris R. precisa che secondo lui la discussione avviata da Vesna A. non é mirata ad orientare gli scritti, ma a preparare il campo di discussione.

Dice Tommaso G. che un testo in rivista deve rompere gli schemi. Non può essere troppo liscio.

Alessio S. dice che dovrà andarsene nel giro di pochi minuti, perché ha gente che lo aspetta. Dice, Rimaniamo d’accordo così, allora: 16 o 32 pagine tenendo conto che ci saranno anche illustrazioni. Loris R. si occupa di raccogliere i testi di fare l’editing, io e Uncò Libri ci occupiamo dell’impaginazione e della stampa. Per i contenuti, massima libertà al gruppo a parte gratuiti attacchi politici. Per il contenitore, restiamo momentaneamente alla scatola con le salviette. Il numero dovrebbe uscire a novembre, e quindi sarebbe da concludere entro settembre. Se ci fosse un ritardo, il numero uscirebbe a gennaio.

Anch’io devo andare, dice Leda V.

PAUSA SIGARETTA; abbandonano la riunione Alessio S. e Leda V.

Si ricomincia con Miriam F. che racconta della volta che la nonna di Loris R. [Miriam F. e Loris R. stanno insieme n.d.r.] le ha parlato della sua vita sessuale. A Miriam F. la nonna ha raccontato che non era sua intenzione avere otto figli, fosse stato per lei si sarebbe fermata a due, ma l’ha fatto per accontentare suo marito. Dice la nonna di Loris R., Gli uomini non hanno che quella soddisfazione, non immaginano quanto dolore provano le donne a partorire. Miriam si dice sorpresa per questa confessione: “Credi che avrei avuto otto figli se avessi potuto scegliere?”, perché in presenza dei suoi figli si mostra fiera della sua famiglia. Queste parole secondo Miriam F. nascondono un accento femminista. Vesna A. risponde che non è una vero femminismo, una vera femminista avrebbe fatto in modo di non avere otto figli; a lei sembra, piuttosto, che quella nonna sia persona che pensa di aver fatto degli errori e vorrebbe aver agito diversamente.

Marina S. dice che ha preso coscienza di cosa andava e non andava fatto.

Loris R. dice che bisogna interpretare le parole di sua nonna nel contesto: anni ’20 del ‘900 in un contrada dell’alta Val D’Alpone, provincia di Verona, non femminista, anzi, molto cattolica; ‘prendere coscienza’ gli sembra un travisamento.

L’atto eroico semmai, dice Loris R., È stato volere e ottenere di sposare l’uomo che desiderava, anche contro il parere dei genitori. Un povero. Una scelta che l’ha privata della dote, che le sorelle hanno invece avuto.

Mia nonna poi, dice Loris R., Solo apparentemente era sottomessa a mio nonno. Lei parla di una forma di amore simile alla compassione. Mio nonno ha perso la madre in giovane età e viveva solo con suo padre, mio bisnonno, e quando lei l’ha visto le ha fatto pena. Più di qualche volta le scappa di dire che suo marito non avrebbe mai fatto nulla senza di lei.

Ah, dice Vesna A., la sindrome per cui le donne salveranno il mondo. Dopo averci pensato un momento dice che anche sua nonna era sottomessa, ma che pure lei, a modo suo e nel suo mondo, compiva gesti geniali. Sua nonna era siciliana, più o meno coetanea alla nonna di Loris R., e abitava con una zia, e questa non la faceva uscire mai perché era gelosa di lei. Sua nonna un giorno si vestì da maschio, dice Vesna A., E presa la bicicletta di uno dei suoi fratelli, perché allora le donne non potevano andare in bicicletta, iniziò a correre avanti e indietro la stradina di casa sua. La zia, pensando fosse un maschio che ronzava intorno a sua nipote, la accusava di essere una puttana. Allora la bambina togliendosi il cappello disse, Buon giorno, signora, come va? C’é qualche problema?

Il gruppo gradisce la storia e si conviene che l’eredità culturale di ciascuno è un terreno fertile su cui lavorare.

Marco Aurelio legge il suo racconto, Settemila. A fine lettura dopo aver suggerito qualche revisione tecnica, il gruppo concorda che si tratta di un bel triangolo, un racconto di questa fatta potrebbe rientrare in una raccolta dal titolo ‘Stranizza d’amuri’. Marina S. afferma di aver apprezzato molto l’ambientazione in una banca, un ambiente asettico in cui di solito non ci si immagina un disabile, ma tuttavia molto realistico, come il fatto che tutto ruoti attorno ai soldi più che ai sentimenti. Un aspetto molto veneto, dice Marina S. Vesna A. e Miriam F. apprezzano il lieto fine, perché se fosse finito male sarebbe stato troppo triste da tollerare.

Tommaso G. legge il breve inedito di Erri De Luca. Il testo è stato inviato alla rivista Argo, della cui redazione Tommaso G. fa parte, per il numero di prossima uscita che ha per tema l’acqua. A fine lettura dice Vesna A. , Ecco secondo me questo qui è un testo politico, perché non neutro o imparziale, no, prende posizione rispetto a un tema importante com’é l’acqua.. Questo brano, dice Vesna A., Non ha paura di far arrivare le proprie idee, di evitare il ‘politicamente corretto’. Marina S. dice di essere rimasta colpita delle immagini incisive usate dallo scrittore, restano impresse, per esempio quella di un rivolo che si snoda come un serpente d’acqua o la metafora per cui le persone sono bottiglie d’acqua che camminano.

Vesna A. legge il racconto Una santa è per disperazione, una specie di poema in prosa che intreccia tra loro temi apparentemente molto distanti come il voto a una santa e le mestruazioni. A fine lettura Miriam F., Tommaso G., Marco Aurelio M. affermano che forse la storia non è molto chiara ma le parole e il ritmo hanno il potere di trasportare il lettore. Loris R. sostiene che per un testo come questo la storia ha un’importanza molto relativa. Marina S. ci ha visto molti begli incipit che potrebbero essere riposizionati senza che il testo ne risenta o anche presi come spunti per successive narrazioni. Vesna A. afferma di aver voluto costruire una cosa ciclica, come le mestruazioni: un inizio continuo, ma si tratta di un lavoro in corso. A Loris R. sembra un’idea bellissima, quella di scrivere un testo organizzato in ciclo, come le mestruazioni, e chiede a Vesna A. se ha intenzione di lavorarci ancora e in caso affermativo di tenere il gruppo aggiornato sull’evoluzione del testo, perché sembra avere delle ottime potenzialità. Per Tommaso G., comunque, è un testo un po’ troppo lungo per una rivista: il primo blocco sarebbe sufficiente, come quantità rispetto a sedici o trentadue . Anche quello di Marco Aurelio M. è troppo lungo. Tutti concordano che la misura esatta, stando ai dati forniti da Alessio S., è il pezzo di Erri De Luca.

Loris R. sostiene che c’è la necessità di costruire una casa on-line per il gruppo ‘Leggimi il tuo racconto’, in modo di dare notizie relative agli appuntamenti e conservare traccia dei lavori che escono anche se non finiranno sulla rivista. Il gruppo si dice d’accordo bisogna trovare un nome per l’indirizzo http.

Si affronta poi il nodo della diffusione dei testi. Loris R. sostiene che è necessario raccogliere i testi in un documento da spedire via mail a chi vuole partecipare o essere informato e porta l’esempio de L’Accalappiacani, edito da Derive&Approdi, un progetto molto bello, in cui chi desiderava spediva i suoi testi all’indirizzo email, poi i testi venivano spediti a tutti, infine ci si trovava il sabato pomeriggio prestabilità al cinema Cristallo di Reggio Emilia per leggere, discutere i testi e proporre la rivista.

Vesna A. però dice che l’autore ha il diritto di scegliere le persone che leggerano i suoi testi e che lei ha accettato di leggere il suo testo perché poteva scegliere, altrimenti non sa se l’avrebbe fatto.

Loris R. obietta che, una volta sulla carta, l’autore non può scegliere i suoi lettori.

Vesna A. afferma che questa sarebbe comunque una fase successiva, e che per lei non sarebbe un problema inviarli in una mailing list se ci si presenta tra tutti quelli che li ricevono.

Marina S. osserva che non tutti i contatti della mailing list leggerebbero i testi perché magari non tutti sarebbero interessati.

Loris R. risponde che comunque includerebbe solo persone interessate al progetto e precisa che la sua idea non è tanto una mailing list, ma un documento di testo in cui mano a mano si raccolgono i materiali, da inviarsi a chi lo richiede. Tommaso G. osserva che i testi sono preziosi e vanno trattati con cautela, e Marina S. aggiunge che bisogna sapere dove vanno.

Loris R. dice che se quello che si vuole é costruire una rivista insieme, è inevitabile rendere disponibili i testi. Marina richiede di mandarli in .pdf, così sarebbe più complicato copiarli e stravolgere l’impaginazione.

Marco Aurelio M. ritiene che sarà indispensabile, man mano che il progetto avanza, tenere traccia di quello che si legge. Loris aggiunge che per arrivare a 16 pagine serviranno molti testi e vanno sollecitate anche persone esterne al gruppo, se adatte al progetto.

Marina S. racconta l’esperienza di un suo amico che frequentava un gruppo poetico che usava la mailing list come strumento di condivisione dei testi e poi a un certo punto non ha più avuto tempo di farlo per qualche mese: gli altri partecipanti l’hanno estromesso.

Loris dice che gli sembra una preoccupazione inutile, poi fa l’esempio di chi vuole partecipare al progetto e non riesce a venire agli incontri e insiste che bisogna rendere accessibile la risorsa. Marco Aurelio pensa che chi ha dei dubbi si sentirebbe più sicuro se si definisse con poco margine di errore a chi saranno inviati i testi. Marina chiede del tempo per pensarci. Loris dice, È molto più semplice di così: chi scrive decide se il proprio scritto è disponibile a essere letto oppure no, senza alcun tipo di costrizione a riguardo.

Per Vesna A. la proposta può funzionare sulla base di una fiducia personale nei confronti di Loris R.: per lei il testo può girare, ma in nome di questa garanzia e sotto la piena responsabilità di Loris R.. Loris R. e Marco Aurelio M. ipotizzano l’uso dei creative commons in modo che terzi non possano in alcun modo utilizzare il testo senza l’esplicito assenso dell’autore.

Vesna A. dice che se tutti i partecipanti hanno l’obiettivo di costruire qualcosa di comune, allora non crede che ci sia qualcuno intenzionato a nuocere agli altri in qualunque modo.

Loris R. dice partire da questo presupposto.

Vesna A. ribadisce ancora una volta che sceglie Loris R. come garante. Loris R., quindi, si occuperà di questo aspetto del lavoro. Dice che di essere contento se il processo della creazione migliora se tutti conoscono i testi di tutti, perché dalla lettura dei testi aiuta l’elaborazione delle idee, anche per gli assenti alle riunioni. Vesna A. vorrebbe anche che, se uscirà, il suo testo uscisse sotto pseudonimo. Loris R. risponde che la scelta in questo è assolutamente libera.

Loris R. chiede a Tommaso G. come funziona la selezione dei testi per Argo. Tommaso G. spiega che tutti i testi vengono raccolti in un file zip; chi vuole leggere, legge; l’editing poi è un lavoro contrattato con l’autore di ogni testo. Loris R. dice che è molto simile a quello che succederà per ‘Stranizza d’amuri’. Tommaso G. avverte, Bisogna essere molto organizzati per evitare la confusione di plurime versioni dello stesso testo o l’invio di stesure solo parzialmente riviste eccetera.

Vesna A. dice che ha avuto una bella esperienza con un gruppo di scrittura poetica: a volte capita che un testo nasca grazie alla lettura di un altro testo. Una specie di canto e controcanto.

Loris R. afferma che questa è la direzione verso cui dovremmo cercare di andare: un dialogo tra autori, una staffetta quasi, tra i testi, che può essere favorito dalla circolazione dei testi.

In questa prospettiva di dialogo, dice Vesna A., Decade qualsiasi mio timore.

Tommaso osserva che con Argo sono soliti fare così. Lo testimoniano anche le cornici della rivista, brevi testi in corsivo che intervallano altri pezzi.

Poi Vesna A. dice che da poco è uscito un documentario, L’amore ai tempi dei CIE: la storia di un’olandese che segue il suo compagno africano nei vari CIE (Centro di identificazione ed espulsione) d’Italia, e una recensione di questo documentario starebbe bene in ‘Stranizzi d’amuri.’ Per Loris R., chi vuole potrebbe fare delle parodie o delle riduzioni letterarie di film, canzoni o altre opere, per rendere disponibile la risorsa a chi non l’ha visto, anzi, sarebbe proprio utile.

Tommaso G. dice che anche nel numero di Argo dal titolo ID ci sono due pezzi interessanti sul tema omosessualità/transgender (un’intervista a Buffoni e una a Barbara Mancassola), e anche sulla sessualità, molto densi di sensazioni, idee, parametri di riferimento che danno una visione chiara della situazione sull’articolazione di queste questioni. Loris R. propone di recuperarli e girarli al gruppo di Stranizzi d’amuri.

Poco prima di mezzanotte, si conclude leggendo un racconto erotico di Marina S., tratto Miele e latte sotto la tua lingua. L’intenzione, dice Marina S., Era scrivere un grido di protesta contro la vita a Villafranca di Verona, dove ho abitato appena trasferita in Italia, con il mio marito di allora. Marina S. dice che prendeva sempre lo stesso autobus dove conosceva tutti di vista, le persone erano sempre le stesse, ma nessuno le parlava perché era un’estranea… finché un ragazzo non le ha rivolto la parola. Un africano. Lei gli ha dato il suo numero di telefono, senza sapere che il gesto sarebbe stata inteso come un messaggio di disponibilità. Tornata a casa, ha raccontato ai suoceri e al marito l’episodio e si è sentita criticare aspramente. Quando il telefono è squillato, il suocero di Marina, un colonnello dell’aeronautica, ha affermato di chiedersi se il telefono di casa sua non fosse ormai sotto controllo, visto che il ragazzo africano era di certo un delinquente. Allora, dice Marina, Per protesta, ha scritto un racconto in cui una donna faceva l’amore con uno sconosciuto incontrato grazie all’espediente del telefonino.

verbalisti: Marco Aurelio Moro-Loris Righetto

Postilla al verbale, di Loris Righetto

Qualche sera più tardi ho incontrato Alessio Sartore al bar Malacarne, in via San Vitale, e ci siamo scambiati delle impressioni sull’andamento del progetto e ci siamo detti, Viene bene, sembra bello, chissà se funziona. Nel parlare è uscito un dato di fatto e un paio di proposte da discutere insieme. Il dato di fatto è questo: un progetto articolato come ‘Stranizza d’amuri’ merita qualcosa di più che le sedici pagine di una rivista, l’idea quindi è quella di fare una pubblicazione intera, fatta a mano, sul modello del libro costruito interamente a mano Dell’amore, per me, non se ne dovrebbe mai parlare, di Giada Floris.

L’altro paio di proposte che ci sono venute in mente si tratta di idee su come proseguire: si parlava di Caramel, di Nadine Labaki, e si osservava che la regista ha avuto la bravura di concentrare una decina di storie attorno a un solo luogo, una bottega d’estetista, e ci siamo chiesti, Non sarebbe bello trovare anche noi una situazione, un luogo, un evento in cui vite di personaggi si intrecciano e raccontano le loro storie e osservano gli altri personaggi?

La prossima riunione si terrà nella terrazza di Marina S., giovedì 05 luglio 2012.

Stranizza d’amuri, verbale della prima riunione.

Stranizza d’amuri’, la proposta, com’é uscita, discussione tra ‘gender’ e ‘Stranizza d’amuri’, conclusioni.

L’idea di ‘ fare un libro’ dal titolo Stranizza d’amuri  nasce dall’incontro tra il gruppo di lettura e la casa editrice Uncò Libri, di Alessio Sartore.
La proposta iniziale é di curare il numero di Novembre di Uncò Mag, la rivista letteraria della casa editrice.
Una delle proposte più interessanti, per il tema, viene da certi discorsi tra me e Marina Sorina, proseguiti con Vesna A. in due o tre occasioni.
Inizialmente si diceva che sarebbe stato interessante fare un incontro sul tema ‘gender, interessante perché è un campo sfaccettato che riesce ad abbracciare molta della vita quotidiana: la relazione dell’io con gli altri, l’affettività e la sessualità, la politica, la socialità, persino l’economia.
In un secondo momento si è convenuto che parole come ‘gender’, ‘queer’, possono essere forse un punto di partenza ma prenderle di petto, come tema inequivocabile, può essere controproduttivo perché hanno un’eredità pesante.
Si è dunque pensato che sarebbe stato interessante trovare un titolo che pur accennando ai temi introdotti dalla parola ‘gender’, lasciasse maggior spazio di manovra, e Vesna A. ha proposto un detto siciliano, ‘Stranizza d’amuri’, che è anche il titolo di una canzone di Franco Battiato, sottolineando, se ho capito bene, che ‘amuri’ non è semplicemente ‘amore’ singolare, ma ‘amori’ plurale (ma potrei aver capito male, avevo bevuto già due birre).

Nel dibattito sul gruppo di Facebook da me sollecitato e seguito alla proposta del titolo, sono stati fatti i seguenti commenti:

Marco Aurelio Moro ha sostenuto che è giusto non prendere di petto il tema ‘gender’ ma è preferibile usarlo come spunto da cui partire e che ora bisognerebbe ragionare in parallelo sui contenuti e sulla forma della rivista, per non rischiare di avere qualcosa di troppo esteso o troppo esiguo.

Massimo Magon ha sostenuto che secondo lui è bene scegliere un tema chiaro, identificabile. Tutti i temi lasciano spazio all’interpretabilità e ai personalismi ma è meglio se un tema non ha bisogno di essere spiegato; la parola ‘gender’ non è immediatamente comprensibile: si parla di genere maschile/femminile? Massimo ha detto che per esempio “casa” è un tema che non ha bisogno di essere spiegato, che “stranizzi d’amuri” gli sembra un tema migliore di ‘gender’ e in definitiva un bel titolo. Massimiliano Maestrello si trova d’accordo con lui.

Monica Dolci ha sostenuto che il tema ‘stranizzi d’amuri’ suggerisce più idee, rispetto a ‘gender’, più rigido e di cui vorrebbe conoscere di più, che ‘stranizzi d’amuri’ spazia invece tra l’inaspettato snodarsi delle storie d’amore, le inclinazioni e le fantasie sessuali, e l’amore che si impasta a tutt’altri sentimenti.

Anche Rubina Valli ha detto di preferire ‘stranizzi d’amuri’, perché ‘gender’ le sembra un tema troppo accademico per una rivista. Ha detto, poi, che è una questione di nome, si può parlare di gender, queer, di tutto e di più: è tutto stranizzi d’amuri. Rubina ha posto inoltre la domanda: che tono avrà la rivista?

Io ho precisato che il titolo della canzone di Franco Battiato recita ‘stranizza d’amuri’ mentre tutti sembrano aver colto ‘stranizzi d’amuri’. Ho sostenuto anche che secondo me ‘stranizzi d’amuri’ suona meglio di ‘stranizza’ in quanto pare più strano. Vesna A. ha confermato che ‘stranizzi’ è accettato in dialetto siciliano come plurale. Ho sostenuto che ‘gender’ può essere inteso come un serbatoio di argomenti e che comunque non conosco la materia, anche se vorrei saperne di più.

Susanna Bissoli ha detto che ‘Stranizza d’amuri’, diversamente da ‘gender’ le scatena la fantasia.

Mi pare in conclusione che il titolo, il tema, l’argomento del numero della rivista che cercheremo di proporre a un Uncò Libri è senza dubbio ‘Stranizza/i d’amuri’ e che se uno ha le conoscenze per farlo, può intenderlo come ‘gender’ e, se non le ha, può intenderlo invece a modo suo.

Loris Righetto 18/05/2012